Allenarsi in quota: cosa cambia davvero
Ogni volta che qualcuno mi chiede “ma allenarsi in montagna fa davvero la differenza?”, la mia risposta è sempre la stessa: dipende da cosa intendi per “in montagna”. C’è una bella differenza tra una camminata a 1200 metri e una salita che ti porta sopra i 2500-3000, ed è lì che il corpo comincia a lavorare in un modo diverso.
Cosa succede sopra i 2000-2500 metri
Sopra questa soglia la pressione parziale di ossigeno scende, e il corpo si trova a dover trasportare la stessa quantità di lavoro con meno ossigeno disponibile per litro d’aria. Le prime risposte sono acute: aumenta la frequenza respiratoria, aumenta la frequenza cardiaca a parità di intensità percepita, e la sensazione di fatica arriva prima. Non è testa, è fisiologia.
Con l’esposizione ripetuta (giorni, non ore) partono gli adattamenti veri: aumento della produzione di globuli rossi, miglior efficienza nell’uso dell’ossigeno disponibile, cambiamenti nella capillarizzazione muscolare. Ma questi adattamenti hanno bisogno di tempo — parliamo di settimane, non di un weekend in rifugio — e soprattutto hanno bisogno di essere programmati, non subiti.
L’errore più comune
L’errore che vedo più spesso, sia in atleti amatoriali che agonisti, è portare in quota lo stesso carico di allenamento che si farebbe in pianura. Il corpo sotto stress ipossico ha bisogno di più recupero per la stessa sessione, non dello stesso volume. Chi ignora questa cosa spesso arriva in quota “carico” e ne esce svuotato, con prestazioni peggiori nelle settimane successive invece che migliori.
Come lo gestisco nella programmazione
Quando lavoro con un atleta che deve preparare un obiettivo in quota — che sia una gara di sci alpinismo, un trail d’alta montagna o una salita alpinistica — la programmazione segue tre principi pratici:
- Intensità relativa, non assoluta. In quota il riferimento non è il ritmo o la potenza che tieni in pianura, ma la frequenza cardiaca e la percezione dello sforzo. Chiedere lo stesso passo è la ricetta per bruciarsi al secondo giorno.
- Volume più basso nei primi giorni di acclimatamento, con recuperi più lunghi tra le sessioni intense.
- Monitoraggio dei dati reali — sonno, frequenza cardiaca a riposo, percezione soggettiva — per capire quando il corpo sta davvero adattandosi e quando invece sta solo accumulando stanchezza.
Questo è anche il motivo per cui uso me stesso come primo banco di prova: la teoria sull’ipossia la trovi su qualsiasi libro di fisiologia dell’esercizio, ma sapere come si traduce in una settimana di allenamento reale, con le gambe pesanti al terzo giorno, è un’altra cosa. È la differenza tra sapere una cosa e averla vissuta.
Se stai preparando un obiettivo che ti porterà in quota — gara, trekking impegnativo o salita alpinistica — vale la pena costruire un piano che tenga conto di questi meccanismi, invece di improvvisare all’arrivo in rifugio.
